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Il cronista di Gomorra

mercoledì, 19 settembre 2007

Ho partecipato ieri al Quirinale all’incontro del Presidente Napolitano con i vincitori di alcuni dei più importanti premi giornalistici. E’ stato un modo per ricordare giornalisti caduti in zone di guerra o vittime di mafia e camorra, ai quali sono intitolati alcuni dei Premi Anche i premi, infatti, servono a quell’opera di coltivazione della memoria di chi è diventato eroe solo per attaccamento al proprio mestiere. Una memoria importante, per i famigliari e per le nuove generazioni che non hanno vissuto quei momenti (a tutti consiglio di leggere il bel libro di Mario Calabresi)

Rievocando le storie di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, di Maria Grazia Cutuli e Marco Lucchetta, di Siani e Spampinato, di Olga Politovskaja, riscopriamo quanto sia prezioso -e sofferto- un bene che talvolta consideriamo troppo scontato: la libertà di informazione, il ruolo di denuncia civile dell’informazione. Invece non è scontato  e richiede ancora oggi impegno sia ai giornalisti, sia alle istituzioni e alla società che devono difendere la libertà e chi si batte per essa.
Per questo ho trovato significativo che il presidente Napolitano, conclusa la cerimonia, si sia intrattenuto in particolare con Roberto Saviano, l’autore di Gomorra. Anche io ho parlato con Saviano del suo ritorno a Casal di Principe (potete leggerlo in un lungo racconto oggi su Repubblica) e mi ha colpito.  Vivace, attento ai luoghi e alle storie, quasi divertito da alcuni comportamenti. Uno che ha denunciato  con durezza una delle più grandi reti criminali al mondo affrontadola con lo sguardo curioso del cronista.