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Le elezioni non sono la via maestra
Di fronte alla crisi economica più grave da mezzo secolo e alle montagne russe della finanza, il quadro politico è di un’immobilità quasi surreale. Il governo ha incassato la cinquantesima fiducia sulla quinta versione della manovra, e Berlusconi appare più che mai deciso a resistere. E noi, come possiamo almeno tentare di rompere questo quadro immobile che rischia di trascinarci a fondo?
Quando Bersani a Pesaro ripropone il Nuovo Ulivo (noi-Idv- Sel), l’apertura del confronto col “secondo cerchio” (i centristi) ed elezioni al più presto, non si può dire che gli faccia difetto la coerenza.
È la strada che da segretario ha sempre indicato al Pd. Ma se siamo in emergenza, abbiamo bisogno di soluzioni di emergenza. Per l’economia e la finanza pubblica, non solo per cambiare la legge elettorale. Patrimoniale, età pensionabile, dismissioni, liberalizzazioni, riduzione del peso della pubblica amministrazione e dei costi della politica.
Serve un governo credibile e capace di adottare una terapia d’urto contro il debito pubblico ed alcune misure selettive per la crescita. Eppure questa, che mercoledi ascoltando gli interventi alla camera di Veltroni e Franceschini sembrava la nostra proposta, viene ancora considerata al più come una deviazione tollerabile rispetto alla via maestra delle elezioni anticipate.
Allora mi chiedo: una coalizione Pd-Idv-Sel che uscisse vincente da un voto con questa legge elettorale potrebbe affrontare le sfide che abbiamo davanti? Sappiamo che non sarebbe facile. E più diamo l’idea che in fondo sia questa la strada che abbiamo in mente, magari costretti dall’indisponibilità dei centristi, meno l’alternativa guadagna in credibilità.
Spesso la scelta del Nuovo Ulivo viene inserita in una cornice culturale che va delineandosi in modo più chiaro che in passato. Per dirla con uno slogan: da questa crisi si esce solo “da sinistra”. E quindi: la globalizzazione non è un tabù (contro il “mercatismo”, direbbe Tremonti); no alla sbandata liberale della sinistra europea di dieci-quindici anni fa; doppio no alle sirene terziste che mascherano i “poteri forti”, gli stessi che attaccano il Pd e la sua autonomia, magari approfittando del caso Penati; sì al recupero di uno spirito classista, magari dietro le bandiere della Cgil. Capisco, ma non condivido.
La crisi in cui siamo dovrebbe spingerci non a ridimensionare ma piuttosto ad accentuare, aggiornandole, le scelte fondative dell’Ulivo e del Pd: economia liberale, federalismo europeo, interclassismo, pluralismo culturale.
È bene che questa discussione, che non è certo solo italiana, la si faccia sul serio. Ma intanto: come contribuiamo oggi a evitare un approdo ancor più catastrofico della crisi, rimuovendo quello che è ormai chiaramente l’ostacolo principale ossia l’attuale governo a guida Berlusconi? Lavorando per un governo “straordinario” a tempo, con ampia base parlamentare, per fronteggiare l’emergenza.
Ossia lavorando per l’ipotesi a cui guardano in moltissimi, da varie parti politiche, senza che ancora si sia riusciti a darle la forza necessaria a battere la resistenza di Berlusconi.
“Non escludere” soluzioni del genere, considerandole una subordinata rispetto alla sfida elettorale del Nuovo Ulivo, non basta più per un partito che non voglia relegarsi a ruolo di minoranza.
Se è questa la soluzione indispensabile per far fare a Berlusconi il fatidico passo indietro, deve diventare l’asse della nostra proposta e del nostro lavoro politico.
Altrimenti, può darsi che a quella soluzione si arrivi non per un’iniziativa politica convergente ma sull’onda di una nuova catastrofe finanziaria. Per l’Italia non c’è proprio da augurarselo. E per il Pd, se a una soluzione di emergenza si arrivasse malgrado noi, non resterebbe da svolgere che il ruolo di portatori d’acqua.
(il mio articolo su Europa)





