lug
08
Non è una bega di partito.
I referendum sulla legge elettorale non sono una bega interna al Pd. Non è innanzitutto “di partito” la loro origine, che risale piuttosto alle vittorie referendarie di giugno che hanno reso possibile ciò che tutti noi del Pd (e nei partiti in genere) ritenevamo da tempo velleitario.
Ci eravamo abituati a referendum fatti più che per vincere per regalare visibilità ai promotori.
Il quorum del 13 giugno ha ribaltato la situazione. La missione è diventata possibile.
Si è così riaperto, almeno spero, un capitolo che in parlamento appariva drammaticamente chiuso.
È giusto infatti dire che la via maestra per rimuovere il “porcellum” è varare una nuova legge; e facciamo bene, con la direzione convocata per il 19, a definire una proposta del Pd. Ma con onestà dobbiamo riconoscere che quella strada maestra è al momento bloccata e che non sarà facile –anche se resta doveroso tentare – riuscire a riaprirla. Se non come “atto finale” della legislatura da parte di una maggioranza diversa dall’attuale.
Dunque l’onda referendaria di giugno ha aperto una nuova via, stretta ma non impossibile, per abolire l’attuale legge elettorale. Su questa via si è incamminato per primo il senatore Stefano Passigli.
Ma la sua proposta, se avesse successo, rischierebbe di sacrificare il bambino (il maggioritario) lasciandoci solo l’acqua sporca (le liste bloccate).
La proposta elaborata da Pierluigi Castagnetti e da un gruppo di costituzionalisti, che verrà presentata lunedi prossimo, è dunque indispensabile per evitare che la sacrosanta spinta a cambiare la legge elettorale venga incanalata in una direzione che con quella spinta avrebbe poco a che spartire.
Sarò tra i sostenitori di questo referendum, assieme a tanti esponenti delle diverse aree del Pd e di altri partiti, per una ragione molto semplice: il ripristino della legge Mattarella ci restituisce un sistema in cui l’elettore può scegliere sia i parlamentari nel proprio collegio, sia le coalizioni di governo. Non sarà perfetto, ma è il sistema elettorale nel quale è nato l’Ulivo e si è incardinato il processo che ha dato vita al Pd. E non per caso. Sistema maggioritario e rapporto degli eletti con gli elettori e con il territorio sono state due condizioni ambientali indispensabili per lo sviluppo dell’Ulivo e del Pd. Il proporzionale creerebbe condizioni ambientali molto diverse, e non sarebbero facili per noi del Pd che ci troveremmo come sbalzati su un diverso pianeta.
Capisco bene chi si preoccupa per un Pd strattonato da opposte raccolte di firme, ma due raccolte diverse sono sempre meglio di una sola raccolta per un referendum sbagliato.
Soprattutto, vedo un pericolo ben maggiore di qualche speculazione sulle nostre divisioni: il pericolo di un Pd che non fa tutto il possibile – e l’impossibile – per cambiare questa legge. Come si suol dire, in parlamento e nel paese. Gli stessi elettori che oggi temono le nostre divisioni, domani sarebbero in prima fila a condannare la nostra inerzia.
E con il rancore che circonda la politica per la distanza crescente tra problemi e soluzioni ci vuol poco a trasformare le critiche all’inerzia in accuse di complicità.
PS. Sulle Province il gruppo del Pd ha fatto bene a mostrarsi unito nel voto alla camera. Ciò non toglie che abbia fatto, a mio avviso, una scelta sbagliata. Riconoscere gli errori in politica non è facile, ma in questo caso dovremmo avere il coraggio di farlo, e di correggere l’errore al senato.





