Archivio di ottobre 2011

Tre proposte per il “tesoro” digitale

lunedì, 3 ottobre 2011

Mio articolo scritto per Affari e Finanza

Caro direttore, Far ripartire la crescita. Tutti concordano sul fatto che ora sia questa la priorità per l’Italia, ma le soluzioni sono assai meno condivise anche perché le risorse utilizzabili sono scarse e non ci si può permettere di mancare il bersaglio.
Ora, una delle poche certezze diffuse nelle economie mature è che la leva dell’economia digitale sia una di quelle su cui puntare a colpo sicuro: il settore delle Ict è infatti quello con maggiori effetti positivi sull’intera economia. Uno studio pubblicato qualche giorno fa, condotto da Oxford Economics, afferma ad esempio che in Italia gli investimenti in Ict sarebbero l’antidoto più serio alla bassa produttività e da qui al 2020 potrebbero portare a un incremento del Pil pari al 7%. La stessa Agcom, nella sua recente segnalazione al Governo, sostiene che un semplice aumento del 10% nella diffusione della banda larga produrrebbe un incremento del Pil dell’1%.
Purtroppo, un Governo ossessivamente “televisivo” non ha dato all’agenda digitale la priorità che avrebbe meritato e non è andato al di là di qualche buona intenzione (il Piano redatto da Francesco Caio e rimasto nei cassetti, il tavolo Romani sulla banda ultralarga ecc). Ora abbiamo una nuova occasione che deriva dal successo dell’asta sulle frequenze, successo che conferma la vitalità strategica del settore.
L’asta si è appena conclusa per le frequenze più pregiate della banda 800Mhz, pagate circa 3 miliardi; alla fine, il ricavato complessivo per l’intero spettro messo a gara sarà attorno ai 4 miliardi, 1,5 in più rispetto a quanto previsto dalla Finanziaria 2010. Come utilizzare allora questi maggiori introiti, oltre che, ovviamente, per migliorare i saldi delle manovre finanziarie? Una parte dovrà essere destinata alle tv locali, visto che non è stata accolta la nostra proposta di compensare le frequenze loro sottratte con altre frequenze, quelle regalate agli incumbent della Tv. Mediaset e Rai avranno infatti nelle prossime settimane un bel regalo: se nell’asta appena conclusa Vodafone Tim e Wind hanno acquistato 9 canali (finora usati dalle tv locali) al prezzo di 3 miliardi, i due canali che il prossimo beauty contest assegnerà gratuitamente a Mediaset e Rai valgono 330 milioni ciascuno. E questo scandaloso regalo lo pagheremo in moneta sonante, visto che dovremo risarcire le tv locali.
Ma oltre al risarcimento alle tv locali è indispensabile che una parte degli introiti aggiuntivi sia destinata allo sviluppo dell’economia digitale, come giustamente sollecitato da Agcom.
Non si tratta ovviamente di restituire all’industria una quota dei 4 miliardi incassati dallo Stato. Sarebbe un non senso. Servono piuttosto interventi mirati per lo sviluppo dell’economia digitale. Interventi che abbiano due grandi obiettivi, da un lato eliminare il digital divide che continua a discriminare famiglie e imprese in una parte del nostro territorio; dall’altro promuovere la domanda che ci vede ancora molto indietro nonostante la buona diffusione di banda larga da reti mobili.
Ecco tre proposte che vanno in questa direzione. Primo, eliminare il digital divide almeno nei 60 principali distretti industriali: una ricerca di Confindustria dimostra che si potrebbe fare a costi contenuti (100/150 milioni) e avrebbe un notevole impatto sulla competitività di imprese e territori. Secondo, ridurre temporaneamente l’Iva sul commercio elettronico: oltre a farci recuperare il ritardo in cui siamo, il minor gettito sarebbe in parte compensato da un abbattimento dell’evasione. Terzo, studiare nuovi incentivi per la banda larga rivolti ai giovani e alle piccole e medie imprese.
Assai meno comprensibili sono le intenzioni, attribuite al Ministro Romani, di concentrare le risorse –poche o tante che saranno sulla società della fibra. Il progetto Ngn potrà decollare se ci sarà quell’intesa tra gli operatori che ancora manca, se il relativo piano industriale sarà sostenuto da fondi della Cassa depositi e prestiti e da eventuali agevolazioni per i nuovi investimenti, come ad esempio l’esonero delle tasse dovute per la posa della fibra. Che senso avrebbe, invece, l’investimento diretto di due o trecento milioni da parte del Governo? L’impatto su un’opera dal costo di oltre dieci miliardi come portare la fibra nelle case degli italiani sarebbe men che trascurabile; e rischierebbe piuttosto di attirare sulla FiberCo gli strali dell’Unione europea.
Insomma, la rotta va corretta al più presto, se non vogliamo perdere l’occasione per dare una piccola scossa digitale alla nostra economia.