Archivio di febbraio 2011

No, i sondaggi non gli danno ragione

venerdì, 11 febbraio 2011

Tra i luoghi comuni più diffusi nelle fila dell’opposizione ce n’è uno che trovo particolarmente masochistico e pericoloso. L’argomento suona più o meno così: «più critichiamo i suoi scandali, più aiutiamo Berlusconi… la maggioranza degli italiani la pensa proprio come lui… una conferma? guardate i sondaggi…». Il bello è che l’argomento non viene solo –e sarebbe comprensibile – dalla destra o dalle colonne di Libero e Giornale. No, il coro che dice «i sondaggi gli danno ragione» viene anche dalle parti nostre.
Ma è vero che «i sondaggi gli danno ragione»? Non sembra. Sono un discreto divoratore di sondaggi e, nell’eventualità che mi fosse sfuggito qualcosa, sono andato a controllare nel sito della presidenza del consiglio dove vengono inseriti tutti i sondaggi politici destinati alla pubblicazione. I sondaggi che da metà gennaio a oggi affrontano il caso Ruby e dintorni sono vari e tutti – ripeto, tutti – registrano un giudizio critico sulle vicende che coinvolgono Berlusconi.
Cito in ordine cronologico. Secondo Ipsos del 18 gennaio solo il 30% degli italiani pensa che Berlusconi sia perseguitato dai magistrati. Lo stesso sondaggio rileva che per il 79% dovrebbe farsi giudicare da quelli di Milano e che solo il 38% pensa che la vicenda non abbia influito negativamente sulla sua attività di capo del governo. Ispo del 24 gennaio formula una domanda molto indiretta (non si cita Berlusconi e si parla genericamente di vita privata): «In generale se un politico è soggetto ad accuse che si basano su fatti che riguardano la sua vita privata deve necessariamente dimettersi?». Risposte: sì 49% (8% in più rispetto a un anno fa), no 45%, non so 6%.
Sempre Ispos, il 31 gennaio, registra una fiducia a Berlusconi precipitata al 28% (6 punti in meno della rilevazione precedente). Per Swg (1 febbraio) la fiducia è al 33% e per Ipr (4 febbraio) al 35%. Valori diversi tra loro, ma tutti gli istituti sono ai rispettivi minimi.
Ancora: il 2 febbraio Digis (per Sky) rileva che i magistrati nella vicenda in corso sono superpartes per il 45% del campione, e di parte per il 38% (il 17% è senza opinione); secondo lo stesso sondaggio Berlusconi dovrebbe dimettersi per il 47% degli italiani e non dovrebbe farlo per il 41. Stessa domanda il giorno dopo da parte di Demopolis per La 7: Berlusconi deve dimettersi per il 53%, degli italiani, non deve farlo per il 40% (il 7% non sa). Infine, ancora Ipsos che l’8 febbraio rileva un 61% di italiani favorevoli alle dimissioni di Berlusconi e un 33% di contrari.
Anche l’unica apparente eccezione non registra affatto un consenso ai comportamenti del Premier. Il sondaggio di Euromedia, la società che da anni lavora direttamente per Berlusconi, dichiara, il 28 gennaio, un grado di fiducia a Berlusconi del 53%. Ma andando a vedere il questionario pubblicato si scopre che a riscuotere il 53% non è il grado di fiducia misurato come fanno tutti gli altri istituti («Lei ha molta, abbastanza, poca, per nulla fiducia in…») ma un indice “complesso”, relativo a diversi fattori e non alla semplice fiducia, e fatto in casa da Euromedia. Quel che conta, dunque, non è la cifra assoluta ma la tendenza, e andando indietro si scopre che lo stesso indice “complesso” era in dicembre al 56,4 e in settembre al 60,2%. Perfino Euromedia, insomma, smentisce chi dice che «i sondaggi gli danno ragione».
Dunque i sondaggi danno torto a Berlusconi: una maggioranza di italiani, talvolta relativa altre volte schiacciante, critica i suoi comportamenti, ritiene che stiano danneggiando il paese e l’azione del governo, sostiene che il premier dovrebbe andare dai giudici di Milano e, in ultima analisi, dimettersi. Il problema, piuttosto, è che questa critica si traduce in uno spostamento molto meno rilevante quando, negli stessi sondaggi, si chiedono le intenzioni di voto.
A questo problema si possono dare diverse spiegazioni. Anzitutto, al contrario dei militanti, i cittadini meno interessati alla politica non traducono immediatamente i loro giudizi critici in diverse intenzioni di voto: magari a caldo si limitano a rinviare la scelta o a passare nel novero dei non so. Seconda spiegazione: il consenso “partitico” a Berlusconi non crolla perché è comunque già minoritario, 40% (Pdl e Lega) tra chi dichiara l’intenzione di voto, meno del 30% sulla popolazione. In un clima fortemente polarizzato come il nostro, è possibile che buona parte di questo consenso minoritario si conservi anche in presenza di una critica maggioritaria. Che circa un terzo degli italiani continui, nonostante tutto, a identificarsi con il premier non va certo sottovalutato, anche perché racconta dell’incidenza che hanno avuto i modelli culturali e di merito messi in onda negli ultimi trenta anni. Ma stiamo parlando, appunto, di un terzo degli italiani.
Fin qui le attenuanti “tecniche”, che ovviamente non attenuano il problema tutto politico su cui faremmo bene a concentrarci: è perfino ovvio che la condanna di Berlusconi per tradursi pienamente in diversi orientamenti di voto ha bisogno di un’alternativa politica più convincente di quella attuale. Affrontiamo allora questo problema – la sfida di un’alternativa pienamente credibile – senza disperarci (crogiolarci?) su un presunto consenso maggioritario nei confronti dei comportamenti del premier. Anche perché alimentare questa leggenda metropolitana –«in fondo gli italiani la pensano come lui» – non è solo un regalo gratuito allo schema di gioco berlusconiano.
È anche un pessimo pretesto per coltivare tra noi democratici un atteggiamento snobistico e di falsa superiorità. L’atteggiamento, che fa anche da alibi, suona così: “poveri noi, minoranza illuminata e incompresa in un paese ammaliato dal bunga bunga”. Ma l’Italia non è affatto ammaliata dal bunga bunga. Anzi, la maggioranza, come ha detto bene Emma Marcegaglia, si sveglia presto la mattina. E se noi siamo incompresi, magari è per qualche altro motivo.

Il mio intervento al Lingotto

giovedì, 3 febbraio 2011

Voglio innanzitutto ringraziare Pierluigi Bersani. La sua presenza al Lingotto non è stata una visita di cortesia. Al contrario. E’ stata la più autorevole smentita alle voci che appena una settimana fa nel Pd avevano descritto noi di Modem come quattro gatti privi di linea politica, invitandoci addirittura a stare alla larga da responsabilità di partito.

L’assemblea del Lingotto è un bel regalo a tutto il Pd perché qui sta prendendo forma un “manifesto” per l’Italia dopo Berlusconi. E’ ormai infatti evidente che nessun rilancio, nessuna riforma, nessuna fuoriuscita dalla crisi, nessuna riscossa morale sarà possibile senza lo shock positivo rappresentato dalla chiusura del ventennio berlusconiano.

Voltare pagina, uscire dal berlusconismo: a questo obiettivo vanno finalizzate le nostre scelte tattiche, con flessibilità. E con un partito unito nella battaglia. Sapendo che l’Italia non può andare al voto a cuor leggero; ma che ancora meno può rassegnarsi alla leadership di Berlusconi.

Senza voltare pagina anche le nostre parole diventano inservibili. Come si fa a parlare di giovani e di merito con la guida del Paese alle prese col bunga-bunga? Con che coraggio la classe politica può chiedere sacrifici? E come parlare di valori, di decoro, di famiglia? E che dire di sentimenti come il pudore e la vergogna? Abbiamo perfino rischiato di giocarci la possibilità di pronunciare liberamente la parola Italia. Visto che proprio di quel nome voleva appropriarsi Berlusconi con la sua ultima trovata pubblicitaria.

Sono passati oltre tre anni dal primo Lingotto, vero e proprio atto di nascita del Pd sul piano dell’identità politica. E in questo tempo molte cose sono cambiate. Ma non è cambiata la nostra ispirazione di fondo, racchiusa in quello slogan che ci sovrasta: “Fuori dal Novecento”. Non si tratta di uno slogan fuori stagione, come qualcuno ha pensato, anche nel Pd, di fronte alla crisi  più grave dell’era della globalizzazione esplosa nel 2008. Quella terribile crisi finanziaria e i diversi effetti perversi della globalizzazione non giustificano affatto l’abbandono di quel riformismo liberale che è stato l’anima e il linguaggio comune del Pd battezzato qui nel 2007. Anzi, lo rendono più urgente. Per questo non mi convince la deriva anti moderna di Bossi e Tremonti in versione no global. E nemmeno mi convince l’idea, diffusa nel Pd, che la gravità della crisi rilanci l’attualità delle scelte fondamentali della socialdemocrazia del secolo scorso archiviando il riformismo liberale, in primis quello di Blair, quasi fosse un lusso buono per la belle époque degli anni Novanta.

Chi di fronte alla crisi invoca più intervento statale e più spesa pubblica, chi si affida al mero rilancio dei tradizionali meccanismi redistributivi non fa i conti con la realtà. Dimentica, per fare un solo esempio, che nell’Italia di oggi le maggiori difficoltà economiche spesso coincidono con la maggiore presenza dell’intervento pubblico. Guardate alla Calabria, forse la nostra Regione con maggiori difficoltà, dove la spesa pubblica rappresenta l’80% del Pil.

L’approccio liberaldemocratico, liberal direbbe il senatore Hart, resta più che mai il fondamento di una visione che fa i conti con la realtà globale e il suo futuro. Dovremo convivere con una crescita lenta. Troppo lenta, ovviamente, nell’Italia quasi ferma e insostenibile di Berlusconi. Ma comunque in tutta Europa la crescita sarà più lenta che nel secolo scorso e più lenta rispetto ad altre aree del mondo. Questa crescita rallentata non significa di per sé declino. A una condizione, cambiare la situazione in profondità.

Per anni ci siamo affidati al dinamismo della società e delle imprese. Alla creatività, alle capacità di esportazione. Anche facendo a meno della politica, proprio nelle aree più forti e innovative. Questa straordinaria risorsa esiste ancora, non è stata affatto cancellata dalla crisi. Ma nel mondo nuovo questo autonomo dinamismo non basta più. L’assenza della politica non può continuare. Ecco il paradosso: la politica non è mai stata così screditata, ma non è mai stata così indispensabile.

La politica non per mettere le mani sull’economia, per ampliare la spesa pubblica, per inquadrare nello Stato tutti i segmenti della società, per inseguire un velleitario rifiuto della globalizzazione. No, la politica per cambiare regole e assetti ormai insostenibili, per liberare la ricchezza e l’autonomia del sociale, per favorire la concorrenza contro posizioni dominanti e conflitti di interessi, per difendere i cittadini più deboli e i diritti dei consumatori, per avere più Europa.

Nel mondo nuovo il Pd si è trovato troppo spesso dalla parte sbagliata. Ora deve cambiare campo di gioco. Deve abbandonare il campo della difesa dell’esistente che ci ha portato quasi sempre sulla difensiva, talvolta con qualche ragione –penso all’Università- e spesso a torto come nel caso della Fiat dove non abbiamo avuto il coraggio di difendere l’accordo siglato per Mirafiori. Un campo della conservazione che talvolta sembra perfino nutrire nel Pd una certa nostalgia per il sistema politico della Prima Repubblica.

E’ il campo del cambiamento quello in cui oggi si svolge la vera partita per ridurre le differenze sociali e rendere possibile uno sviluppo nuovo e sostenibile. Cambiare campo: solo così possiamo rispondere alla più grave delle nostre mancanze, la credibilità di un’alternativa di governo. Cambiare campo con alcune scelte chiare.

Abbattere il debito pubblico è una nostra priorità, un problema di noi democratici. Se difendiamo la spesa pubblica affidandoci a una generica speranza di ripresa della crescita e di lotta all’evasione fiscale non facciamo la nostra parte. Non siamo democratici, siamo conservatori.

Dobbiamo ricondurre a unità i diritti di chi lavora. Sull’altare di un quadro maturato 40 anni fa, in un contesto radicalmente mutato, non possiamo continuare a giustificare l’apartheid che colpisce oltre metà del mondo del lavoro. Milioni di persone, spesso i più giovani e le donne, senza diritti, senza ammortizzatori sociali, senza alcun paracadute. Se continuiamo a farlo non siamo democratici, siamo conservatori.

Non possiamo restare aggrappati a un welfare disegnato per i lavoratori dipendenti maschi e adulti. Le tutele vanno spostate a favore di chi ne ha più bisogno affiancando a quello pubblico un welfare sociale. Che non va “tollerato” ma incoraggiato sul piano fiscale e delle regole. Meno ai padri e più ai figli, e non solo intervento pubblico. Se non promuoviamo questi cambiamenti non siamo democratici, siamo conservatori.

In cima alle nostre priorità dobbiamo mettere green economy e digitale. Capisco che questo Governo “televisivo”guardi con diffidenza al web e abbia più dimestichezza con Drive-in che con Google. Il che fa dell’Italia l’unico grande paese privo di un’agenda digitale. Noi dobbiamo sapere che il digitale non è uno dei settori, ma una chiave dello sviluppo possibile. Come nel secolo scorso l’elettricità, cambia l’economia e la vita di tutti. E purtroppo l’Italia, ottava economia industriale è la ventesima economia digitale nel mondo: ecco un serio rischio di declino. Il digitale non è solo volano per l’economia, cambia l’informazione, la partecipazione politica. E’ motore di libertà. Per noi del Pd è una sfida cruciale, e non limitata alle infrastrutture. Pensate alle migliaia di giovani della rivoluzione dei gelsomini in Tunisia: certo non manifestavano per la banda larga; usavano la banda larga per chiedere libertà.

Green economy e digitale non sono bandiere di lobby nuoviste e un po’ marginali. Sono le priorità dei paesi più avanzati. Sono la chiave di successo delle nuove forze progressiste europee. Sono larga parte della risposta a come sia possibile un nuovo sviluppo in condizioni di crescita quantitativa frenata.

C’è bisogno infine di un cambio di campo anche sul tema dell’etica pubblica. Dove non sempre il Pd è riuscito a dare l’esempio. Se proprio si vuole usare la parola rottamazione, propongo di cominciare di qui, dal ricambio di quei nostri dirigenti e amministratori che si sottraggono al dovere di dare il buon esempio.

Ma etica pubblica non è solo rifiuto della corruzione e rispetto del decoro dovuto alle istituzioni. E’ anche lotta ai conflitti di interesse che caratterizzano la rinnovata ingerenza del potere politico e pubblico in economia. Sulla scia del conflitto di interessi televisivo, ormai degenerato nell’epoca di Minzolini e Signorini, si fa strada una nuova commistione tra potere e economia, penso alla proprietà dei giornali o alle banche a partire dal caso Unicredit. Di nuovo la bussola del riformismo liberale deve guidarci contro questo putinismo strisciante che, sulla scia dell’esempio berlusconiano, dilaga e minaccia il buon funzionamento della nostra democrazia.

Certo, il manifesto dell’Italia dopo Berlusconi che lanciamo oggi avrebbe bisogno di qualcosa in più. Avrebbe bisogno di un grande partito democrtatico. Non di un partito che cerca rifugio in presunte certezze del secolo scorso. Non di un Pd che ha paura delle primarie, quasi fossero un marchingegno organizzativo e non la nostra risposta, la risposta democratica e non populista, alla crisi dei partiti del secolo scorso.

Noi oggi, da questo luogo carico di simboli per la breve vita del nostro partito, rinnoviamo la scommessa sul Pd. Ma non c’è molto tempo. E non so se avremo molte altre occasioni. So che un altro Pd è possibile. E che proprio ora che si apre la sfida del dopo Berlusconi è doveroso rilanciare il grande sogno dei democratici italiani.