Archivio di settembre 2006

Una cosa di centrosinistra

sabato, 30 settembre 2006

Ieri sera, dopo una riunione durata 11 ore, il Governo ha varato la nuova legge Finanziaria. Se ne discuterà per tre mesi. Io mi limito a qualche riflessione generale e ne approfitto per riprendere il filo del discorso dopo due settimane di black out.
Dunque, la Finanziaria. Io dico innanzitutto che le dimensioni della manovra- 33,4 miliardi, la più importante del dopoguerra dopo quella del 1992- ci fanno capire in che condizioni il precedente Governo aveva ridotto i nostri conti pubblici. Per una ragione molto semplice: in cinque anni di Berlusconi la spesa pubblica aveva continuato a crescere mentre l’economia si bloccava in una lunga stagnazione. E intanto aumentava l’evasione fiscale. Un Paese da rimettere in sesto, e le decisioni di ieri sono una buona parte del cammino.
Detto questo, bisogna sapere che solo 14 dei 33,4 miliardi servono a correggere la voragine che si è aperta nel deficit. Il resto, quasi 19 miliardi, è destinato a promuovere lo sviluppo e a correggere gli squilibri sociali che si vanno aggravando.
Il rap del centrodestra è già cominciato: tutte tasse, tutte tasse. La verità? Solo 4,4 sono i miliardi di nuove entrate tributarie. I tre interventi fondamentali riguardano la riduzione delle tasse sul lavoro, la manovra sulle aliquote Irpef che favorisce i redditi medio bassi rispetto a quelli alti, il sostegno alle famiglie (figli, nuovi asili nido). Tutti interventi che danno alla manovra un profilo di redistribuzione di ricchezza a vantaggio dei ceti medi, del lavoro duipendente, delle fasce più deboli.
Insomma, pur in  condizioni difficilissime, una manovra di centrosinistra dopo anni di accentuazione degli squiilibri sociali.
Da questa impostazione è bene tenere lontana qualsiasi idea “punitiva”. Il Governo Prodi non ha intenzione di far “piangere” proprio nessuno. Tanto più se si scambiano per “ricchi” i lavoratori autonomi o la piccola impresa o i professionisti. In una società complicata come la nostra non servono nostalgie classiste.

Buon Anno zero

venerdì, 15 settembre 2006

In un sol colpo rompo due regole che di solito cerco di rispettare. La regola per cui è bene che i politici che si occupano di tv non si travestano da critici; e la regola per cui in questo mio blog cerco di affrontare temi diversi da quelli di “competenza” del Ministro delle Comunicazioni. Motivo della doppia eccezione? Il ritorno di Michele Santoro.
Ho visto buona parte di Anno Zero e penso che sia stato un felice inizio.
Ovviamente per il ritorno in sè: la fine (per un terzo) del famoso editto di Sofia con cui Berlusconi chiese nella primavera del 2002 l’allontanamento dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi. Nel mezzo secolodi intrecci strettissimi tra politica e Rai non era mai accaduto che un Presidente del Consiglio indicasse in una conferenza stampa (all’estero!) per nome e cognome giornalisti indegni di continuare a lavorare nella tv pubblica, ottenendone la sollecita esclusione.
Ma non c’è solo questo. Guardando il programma di ieri pensavo a quanto l’assenza di Santoro abbia nuociuto non solo al pluralismo ma anche alla qualità della programmazione Rai. Un modo di fare televisione che in questi quattro anni era sopravvissuto solo in qualche frammento e in qualche bel documentario (spesso ad opera di collaboratori di Santoro) torna con la forza dei suoi filmati e dei temi prescelti, con le sue storie. La parzialità dei punti di vista talvolta non mi piace, scontenterà molte sensibilità (e farà arrabbiare molti politici, di maggioranza e opposizione), ma con il ritorno di Santoro la Rai è comunque più ricca.

La festa c’è, ma non basta

lunedì, 4 settembre 2006

A Ilvo Diamanti, che ieri su Repubblica si chiedeva perchè non ci  fosse una festa del Partito democratico oggi posso confermare quanto gli avevo anticipato per telefono: la festa c’è, si svolge a Ferrara. Ieri sera ci sono stato in un confronto con Cacciari Finocchiaro e Melandri moderato da Sassoli e seguito fino a tarda sera da un migliaio di persone.
Ottimo dibattito (dipendesse dai patrtecipanti il partito democratico si farebbe domattina), e bellissima l’idea di Ferrara, anche se sembra ancora una Festa dell’Unità emiliana con un’insegna diversa. Spero che abbia tanti imitatori e che, come ha proposto Franceschini, diventi la festa nazionale del partito democratico.
Detto della festa, restano le preoccupazioni di Diamanti, e di molti osservatori ed elettori di centrosinistra, sull’impasse in cui sembra finita, dopo la nascita dei gruppi parlamentari, l’iniziativa del partito democratico. Un’impasse che potrebbe essere letale per il progetto, anche perchè -osserva Diamanti- nel frattempo la nuova legge elettorale rema in direzione opposta.
Penso che allo stallo ci si possa sottrarre soltanto in un modo: fissando per ds e margherita per la prossima primavera le date (in contemporanea) di congressi che decidano la nascita del nuovo partito avviando il percorso di scioglimento dei partiti attuali e aprendo porte e finestre all’esterno. Serve una data, al più presto.
Altrimenti tra seminari e dibattiti (e feste, magari) il progetto del partito democratico somiglierà sempre più all’Azione parallela. Senza un  Musil per raccontarlo.