Archivio di agosto 2006

Chi farà sopravvivere il giornale?

venerdì, 25 agosto 2006

Who killed the newspaper? si chiede la copertina dell’ultimo Economist. E la risposta è: il web, naturalmente.
Vecchia storia. Di fine dei giornali si parlò a suo tempo per la tv e oggi (con molte ragioni in più) se ne parla per Internet. Qualche tempo fa un citatissimo studio americano (“The vanishing newspaper”) aveva addirittura fissato la data di uscita dell’ultimo giornale stampato negli Usa: primo quadrimestre del 2043.
In proposito la storia di copertina dell’Economist non offre straordinarie novità. E’ un aggiornamento di una situazione a lungo discussa. I giornali hanno difficoltà di diffusione in tutti i paesi ricchi; questa difficoltà è drammatica nel pubblico al di sotto dei trenta anni; i riflessi sui bilanci di molti editori sono critici per la migrazione di pubblicità, specie i classified, verso Internet.
Tutto ciò a mio avviso non vuol dire che i giornali siano davvero condannati a sparire. Sinceramente, non ci credo. E’ vero, piuttosto, che sono condannati  a cambiare.
Cambiare. Ma in che direzione? Qui l’analisi del settimanale britannico si fa più interessante. In pratica vengono descritte due possibili vie d’uscita dal declino, due vie che vanno in direzioni ortogonali. Da un lato la risposta dei giornali gratuiti, diffusi in molte città (costituiscono ormai il 16% della diffusione dei quotidiani europei)e destinatti a un pubblico che non ha più tempo e denaro da destinare ai quotidiani. L’informazione si impoverisce, ma la carta stampata ritrova grandi fette di pubblico.
L’altra risposta è quella di giornali di una qualità crescente al punto da essere insostituibile. E ovviamente con propri siti on line.
Mentre la prima risposta mi pare tattica, destinata a mostrare la corda quando l’uso di internet si diffonderà anche tra gli attuali lettori di free press, la seconda è forse la sola in grado di dare nuova vita ai giornali nel medio e lungo periodo.
Attenzione: le conclusioni dell’Economist non sono affatto catastofiche. Anzi, si ipotizza perfino un quadro positivo con giornali meno diffusi ma autorevoli e accompagnati da un’ondata di nuova informazione on line, siti e blog. La transizione non sarà facile ma l’ottimismo sull’esito finale è giusto.

L’incognita Hezbollah

venerdì, 18 agosto 2006

La decisione presa un’ora fa dal Consiglio dei Ministri di inviare un contingente italiano nell’ambito della missione Onu in Libano non è stata una decisione facile. Non perchè ci siano stati dubbi o opinioni diverse tra i ministri. Anzi, tutti hanno concordato nel definire giusta e perfino doverosa la missione italiana.

Ma l’unanimità del Governo, e l’ampio consenso che per fortuna si delinea in Parlamento (in questi casi tutte le forze politiche dovrebbero condividere un obiettivo nazionale), non toglie nulla alla difficoltà e ai rischi che attendono i militari italiani.

Solo nei prossimi giorni, quando l’Onu avrà chiarito il quadro operativo e le regole di ingaggio, sarà possibile definire  caratteristiche, compiti e composizione del contingente italiano. Una cosa è certa: l’obiettivo che l’Onu si propone, rimettendosi al centro della partita mediorientale, è il consolidamento del cessate il fuoco deciso quattro giorni fa. Un cessate il fuoco che al momento tiene -prosegue il ritiro israeliano e il dispiegamento delle forze regolari libanesi – ma che ha tali elementi di fragilità da richiedere una presenza internazionale assai rilevante.
La vera incognita della situazione che i nostri militari dovranno fronteggiare si chiama Hezbollah. Dalla milizia sciita sostenuta da Teheran è venuto un mese fa l’attacco a Israele che ha dato origine al conflitto e all’escalation che ha poi provocato centinaia di vittime innocenti. Dalla loro disponibilità a porre fine agli attacchi – e dal conseguente ritiro israeliano- viene ora la speranza di trasformare il cessate il fuoco in una vera tregua.
Se Hezbollah farà prevalere la sua componente politica e nazionale, rinunciando agli attacchi a Israele e, nel medio periodo, accettando di disarmare le proprie milizie nell’ambito delle forze regolari libanesi, il compito della missione Onu si svolgerà in condizioni migliori. E magari una pacificazione in Libano potrà aprire nuovi spiragli anche a Gaza.
Altrimenti, se prevarrà la spinta interna e internazionale a fare di Hezbollah una fonte permanente di attacchi armati a Isarele la missione Onu potrebbe trovarsi nell’alternativa tra passività e coinvolgimento militare. In entrambi i casi sarà messa in serio pericolo.
Le ragioni per essere pessimisti (e quindi assai preoccupati) non mancano, ma resta il dovere per l’Italia di aiutare il tentativo Onu di ricostruire il Libano sul piano umanitario e della sicurezza. Se il tentativo andasse in porto, sarebbe la premessa per una svolta positiva in tutto il Medio Oriente.

Lacrime e sangue. O rose e fiori?

mercoledì, 9 agosto 2006

I dati incoraggianti sulle entrate e sulla produzione industriale hanno acceso una singolare disputa su chi possa attribuirsi il merito della situazione. Come fossimo in presenza di una vittoria e di molti suoi aspiranti padri.
Ora è chiaro che Tremonti ha torto marcio quando si attribuisce meriti inesistenti, visti i pessimi risultati economici degli ultimi cinque anni. Ma è altrettanto chiaro che alcuni dati congiunturali positivi erano attesi e sono tuttora molto precari. Una rondine non fa primavera, per dirla con Prodi.
L’effetto collaterale allarmante di questa situazione è però un altro: contendendosi i meriti di una congiuntura meno sfavorevole si rischia di perdere di vista il quadro di difficoltà della nostra economia e del sistema Italia in generale.
Questa difficoltà non era il frutto della nostra propaganda antiberlusconiana. Era autentica, e non è affatto scomparsa. L’espressione declino a molti non piace. Ma rende l’idea.
Ecco perchè farei molta attenzione al diffondersi di un clima da scampato pericolo. I fondamentali del problema non sono cambiati: l’Italia ha bisogno di una scossa per riprendere crescita e competitività, e per poter conservare e aggiornare le garanzie di coesione sociale. Questa scossa deve venire dalla manovra finanziaria. Il che non significa predicare le proverbiali lacrime e sangue, anche perchè la manovra non deve soffocare gli spiragli di ripresa. Ma neanche immaginare che il peggio sia passato e che avremo una manovra tutta rose e fiori.