L’accordo di Tunisi sul futuro di Internet è poca cosa? Non direi. Primo perchè poteva andare molto peggio. O con un’affermazione della posizione che, sostituendo una organizzazione intergovernativa tipo Uit (l’Onu delle telecomunicazioni) alla gestione tecnica di Icann, rischiava di rinchiudere lo sviluppo libero della rete in una gabbia politico-burocratica. Ma questo rischio era altamente improbabile. L’altra possibilità era, come è assai frequente in vertici Onu del genere, una chiusura con un nulla di fatto, semplicemente prendendo atto delle divergenze insormontabili sul tavolo. E a poche ore dall’inizio del vertice l’approdo del negoziato finale era ancora incerto (anche se il capo negoziatore italiano, il nostro ambasciatore presso l’Onu a Ginevra, ci aveva pronosticato una soluzione positiva).
Certo, l’accordo raggiunto è poco più di uno spiraglio aperto nel quadro della riconferma della situazione attuale. Certo, non tutti quelli che volevano sottrarre la regia tecnica ai californiani di Icann erano statalisti o totalitari (penso ad esempio ai bellissimi discorsi che ho ascoltato dal ministro brasiliano Gilberto Gil). Ma dal vertice di Tunisi era difficile aspettarsi di più e ora toccherà soprattutto all’Unione europea allargare lo spiraglio aperto verso una gestione della rete più condivisa dalla comunità internazionale e dai diversi attori sociali.
Assai più problematico è il bilancio della scelta di tenere un vertice sulla società dell’informazione, e sulla libertà che deve caratterizzarla, proprio a Tunisi.
Nella stracitata classifica della Freedom House la Tunisia si piazza al 173° posto. Non a caso, visto quel che è capitato in questi giorni e di cui sono stato in parte testimone.
Ieri sera, qualcosa sembrava essere cambiato in meglio. L’incontro di Ngo tunisine impegnate sui diritti umani, che due giorni prima era stato impedito al Goethe Institut nonostante le pressioni dell’ambasciatore tedesco in Tunisia, si è potuto svolgere. C’era anche la premio Nobel iraniana, il responsabile Onu dei diritti umani, kenyota, diversi parlamentari e giornalisti. Ma stamattina, a poche centinaia di metri da dove mi imbarcavo per Roma, veniva fermato e respinto il leader di Reporters sans Frontieres. Uno smacco per gli ottimisti che sostenevano che, in fondo, i riflettori puntati da centinaia di giornalisti avrebbero aiutato la libertà di informazione e di espressione in Tunisia. Non è stato così, anche se il paese pare attraversato da spinte contrastanti (chi ha voluto il pestaggio del cronista di Liberation?) e un vero bilancio “interno” del Summit potrà essere fatto solo tra qualche settimana.